martedì 11 maggio 2010

Elogio al primo-gemito

La sua docilità fa anche più male.

Febbraio 2006

Gli ho chiesto perdono infinite volte, mentre era ancora nella pancia: perdono per essere così scellerata da non proteggerlo da tutte quelle brutte emozioni da cui mi facevo aggredire, da quei magoni a cui mi arrendevo che lo scuotevano nella tranquillità del suo nido liquido, perdono per non essere ancora capace di evolvermi ad un livello di distacco tale, da renderlo almeno un po’ immune dai miei cattivi sentimenti in eterno conflitto con il passato, con il presente.

Dovevo essere una portaerei per accogliere il suo volo e invece mi sentivo un guscio di noce traballante sulle onde alla deriva.

Onde, non so se si possano definire onde quell’increspatura da brezza marina e calma piatta che cerchi di raggiungere, quando sei in vela, per avere un po’ di sollievo da un’afosa, torrida andatura di poppa, in un fulgente agosto.

Una deriva contenuta, dopotutto, ma già pericolosa per un leggerissimo guscio di noce che avrebbe voluto avere il carattere come lo scafo di una nave.

L’ho invocato alle stelle con intensità. Vieni a salvarmi dalle cose inutili. Vieni a distogliermi da questo noiosissimo e infruttuoso dialogo interiore. Voglio occuparmi solo di te. Lui mi ha ascoltato, ma io a quel punto non ero neppure in grado di racimolare un comitato di accoglienza che non fosse una misera e scompaginata accozzaglia di buone intenzioni.

Forse era per questo che non voleva nascere.

Reticente alla nascita.

Lo hanno obbligato. Nel senso, lui aveva risposto al mio richiamo notturno. Ma ho paura che nel frattempo, ossia durante il tempo della sua evoluzione, io gli abbia trasmesso senza i doverosi filtri le mie angosce del caso. E credo che lui abbia mangiato la foglia su cosa si consumasse là fuori e di conseguenza, senza ben capire dove fosse meglio stare, se dentro la mamma con i suoi umori bui o fuori di lei con ciò che glieli provocava, tergiversasse sul da farsi.

Dicevo lo hanno obbligato, certo, era in ritardo di suo e ha eclissato l’invito dei farmaci a seguire la via di fuga. Non è reticenza questa? Non fa pensare la sua oscura ostinazione alla resistenza passiva?

Ma ecco che il destino, travestito da professionisti in camice verde stava preparando un piano d’azione per smuovere le acque. Perché è sempre così: puoi prenderti un po’ di tempo per rimuginare su come sia meglio agire, ma non troppo, perché arriva inesorabile chi o cosa decide per te.

C’è voluto un taglio netto di cui non si sente il dolore, ma si riconosce il percorso esatto e la mano bianca di un chirurgo che si posasse sulla mia pancia per farlo nascere.

Quasi non ha pianto, anzi non ha pianto, non ha neppure sorriso come speravo in un attimo di follia. Ha parlato, ha detto “u…e”, senza strilli o cantilene, discreto. E io ho pianto, senza strilli o cantilene, discreta.

Gli ho chiesto scusa anche quando l’ho visto per la prima volta avvolto come un baco da seta in un telo bianco, in braccio ad una infermiera, io ancora con le mani del chirurgo dentro qualcosa che ormai era tutto tranne che il mio corpo.

L’ho potuto guardare un attimo, era lì inconsapevole, ma con tutto il suo destino addosso. Era venuto a salvarmi. Non si poteva più tirare indietro, una situazione che decisamente ci accomunava! Nessuno si poteva più tirare indietro.

Ero pronta, non lo ero? Non importava, dovevo esserlo per forza, glielo dovevo. Niente più esitazioni davanti alla vita che mi esplodeva in faccia, niente più richieste di perdono: solo un abbraccio infinito per accoglierlo e un amore esclusivo e inesauribile da offrirgli.

Nessun commento:

Posta un commento