lunedì 13 dicembre 2010
Perdita di memoria a breve termine
martedì 12 ottobre 2010
pensieri sparsi
martedì 13 luglio 2010
Imprinting
sabato 3 luglio 2010
Il pediatra
giovedì 24 giugno 2010
Vanno bene due euro?
Porte aperte per far entrare un po' d'aria, nella metà pomeriggio di un'estate milanese.
Entra anche una signora anziana.
Chiede qualcosa che dice di dover portare in ospedale, lì vicino, alla ragazza ventenne dietro al bancone.
'Sono 2 euro e 90 centesimi', sento, mentre aspetto il mio pane.
'Ho due euro, non ho la borsa con me. Vanno bene due euro, eh? Poi posso tornare. Vanno bene...'.
Rincorrersi di occhiate tra le tre carnefici ragazze inconsapevoli.
'Vanno bene due euro?', continua a chiedere la signora.
Non stava elemosinando. La sua confusione era visibile anche ad occhi inesperti.
Era confusa.
La sua testa, il suo corpo, il suo incedere, i suoi gesti, la sua aura, tutto era confuso come solo l'incipiente malattia mentale può confondere.
'Vanno bene due euro?'.
Dannata generazione di commesse incantate, vanno benissimo due euro!
Ne avrei pagati cento per non dover assistere ad un empasse così privo di compassione, da chiedermi come diavolo siano state cresciute queste tre sciagurate.
Pago il mio pane novanta centesimi in più.
Ma il mio sconforto rimane il medesimo.
mari
lunedì 14 giugno 2010
Momenti difficili
Non siamo soliti avere pregiudizi, commentare la varia umanità che ci circonda o fare differenze di sesso, razza, religione, cultura, peso (non sociale)…
Anzi, a volte sembriamo essere veri e propri catalizzatori delle più sgarruppate creature terrestri.
Ma va bene così.
Dunque, se questo è l’esempio e l’esempio è sempre trascinante, posso sostenere con una certa tranquillità che i miei figli possono attraversare la stessa varia umanità di cui sopra, con naturalezza, senza prestarvi l’attenzione che nasce dal senso di diversità.
Sbagliato!
I campanelli d’allarme suonano sempre quando meno te lo aspetti.
Ancora Spagna del Sud. Piscina.
Il secondo-gemito si ferma e guarda con crescente curiosità una bambina sui 10 anni, inglese, che pesa come dovrebbe pesarne a 20.
Un tornello di bambina, successo vivente della strategia del junk-food.
Il piccolo parte. Con quel modo bislacco e bitonale, con quella cantilena che fa molto orso Yoghi, di chi ha appena iniziato a parlare e non ha ancora il ritmo della parlata adulta.
'Guadda maamma, quella bambina è chesciuta maalee'. Lo so che avete capito, ma lo riscrivo per sottolinearlo: guarda mamma, quella bambina è cresciuta male!
E si tuffa coi braccioli.
Io, seduta attonita sul lettino a bordo vasca, ringrazio Iddio per il disinteresse totale degli inglesi per gli altri idiomi, mentre mi salgono le lacrime agli occhi.
Non per il dispiacere di un messaggio educativo positivo che non sono riuscita a trasmettere a mio figlio, ma per una risata dirompente che riesco a malapena a smorzare con mezzo chilo di asciugamano di gatto Silvestro in bocca.
Per i singulti, ho continuato a rimbalzare a pancia in giù sul lettino per un po'. Una scena disgustosa.
Piccolo infamino cresce.
Mamma sciagurata non aiuta.
mari
venerdì 11 giugno 2010
Figli
sabato 5 giugno 2010
Goya
Scuola materna del primo-gemito.
Mi avvicino alla sua classe, è ora di uscire.
La mia attenzione è catturata, però, da un dipinto di Matisse, accanto al quale sono appesi fogli con riportati i commenti dei bambini, la cui curiosità in proposito era stata sapientemente sollecitata dalle brave maestre.
Si trattava del dipinto La danza.
Leggere i commenti è uno spasso.
Maestra: chi sono queste persone?
Bambini vari: uomini; no, guarda che sono femmine; sono arancioni...
Maestra: cosa fanno?
Bambini sparsi: giocano; fanno il girotondo; mannòò, sono in piscina! Guarda, questo sembra mio zio...
Punta sul vivo, non voglio essere da meno (?!) e il mio cervello elabora ben presto un piano per stare al passo con i tempi che corrono, in questo tempio di lungimiranza pedagogica!
‘Ma a Milano c’è Goya!’, esclamo con un balzo alla Vicky il Vichingo.
‘Bambini, sabato mattina tutti alla mostra di Goya’. E mi sento già più arricchita culturalmente, più sensibile, di più aperte vedute, insomma, più avanti.
Arriva il giorno.
Davanti alle tele del pittore aragonese mi prodigo in tentativi al pari delle capaci maestre.
‘Guarda che bel ritratto, tesoro, guarda che colori, che sguardi’.
E ancora: ‘E qui, guarda questa signora, cos’ha in testa, e lì? E così via per ritratti, autoritratti, incisioni e varie.
Ben presto una voce innocente si alza dal passeggino:
‘Mamma, non mi piace 'sto BOIA, andiamo da Meddonaldz?’.
Sarà colpa della globalizzazione??!
mari
mercoledì 26 maggio 2010
E suggerirle di cambiare mestiere.
Nel sacramentissimo e compassionevole istituto di suore dove si svolgono i fatti che vado a narrare, c'è una bambina di 11, 12 anni che fa un compito in classe di tecnica sbagliato.
La sua situazione famigliare non è semplice, e di ciò ne sono a conoscenza gli adulti dell'istituto, quindi le professoresse, la direttrice, probabilmente anche la cuoca.
Questo non vuol essere una giustificazione ad un compito in classe per il quale non si è arrivati prepararati, vuole solo dire che è una bambina che ha bisogno di essere seguita più degli altri.
Perchè a casa non lo è.
Arriva il giorno in cui la professoressa consegna i compiti e lascia quello della bambina 'Zeta' per ultimo. Arriva all'ultimo e inizia il suo personale teatrino di persona inconsapevole.
'Adesso leggiamo il compito di Zeta'. Zeta è presente in classe, di fronte a lei, seduta al suo banco.
'Sentite, sentite cosa scrive', dice sobillando beffarda i compagni di Zeta.
E ride. Incoraggiando i bambini a ridere del suo compito e di lei.
Compiaciuta del riscontro avuto dalla platea che non distingue essere costretta a ridere dal suo abuso di potere, consegna finalmente il compito ad una mortificata e disperata Zeta.
Mi dispiace che queste cose accadano ancora, qui, adesso, vicino a me.
Mi dispiace che una donna di quarant'anni suonati scarti con disprezzo la possibilità di essere una persona importante, di riferimento e guida per i bambini che ha avuto la fortuna di seguire.
Non posso fare nulla, non posso intervenire, dire, chiedere.
E allora aspetto un po', ma non tanto. Il tempo che i sei gradi di separazione facciano un breve, brevissimo conto alla rovescia, magari un po' aiutati...
mari
lunedì 24 maggio 2010
I secondi
A causa di questa sua natura, è incurante dei divieti materni e paterni.
Un giorno, in una una escalation di inutili richiami all'ordine, spazientita dal suo menefreghismo, arrivo dove qualsiasi manuale base non di pedagogia, bensì di buon senso, consiglia di non arrivare:
'Cosa ne dici se ora ti arriva una sculacciata sul sedere?'.
'E tu cosa ne dici se ora divento Bapman?'.
...e vola via.
mari
martedì 18 maggio 2010
Noi non facciamo (le) femmine
giovedì 13 maggio 2010
Piove
martedì 11 maggio 2010
Elogio al primo-gemito
La sua docilità fa anche più male.
Febbraio 2006
Gli ho chiesto perdono infinite volte, mentre era ancora nella pancia: perdono per essere così scellerata da non proteggerlo da tutte quelle brutte emozioni da cui mi facevo aggredire, da quei magoni a cui mi arrendevo che lo scuotevano nella tranquillità del suo nido liquido, perdono per non essere ancora capace di evolvermi ad un livello di distacco tale, da renderlo almeno un po’ immune dai miei cattivi sentimenti in eterno conflitto con il passato, con il presente.
Dovevo essere una portaerei per accogliere il suo volo e invece mi sentivo un guscio di noce traballante sulle onde alla deriva.
Onde, non so se si possano definire onde quell’increspatura da brezza marina e calma piatta che cerchi di raggiungere, quando sei in vela, per avere un po’ di sollievo da un’afosa, torrida andatura di poppa, in un fulgente agosto.
Una deriva contenuta, dopotutto, ma già pericolosa per un leggerissimo guscio di noce che avrebbe voluto avere il carattere come lo scafo di una nave.
L’ho invocato alle stelle con intensità. Vieni a salvarmi dalle cose inutili. Vieni a distogliermi da questo noiosissimo e infruttuoso dialogo interiore. Voglio occuparmi solo di te. Lui mi ha ascoltato, ma io a quel punto non ero neppure in grado di racimolare un comitato di accoglienza che non fosse una misera e scompaginata accozzaglia di buone intenzioni.
Forse era per questo che non voleva nascere.
Reticente alla nascita.
Lo hanno obbligato. Nel senso, lui aveva risposto al mio richiamo notturno. Ma ho paura che nel frattempo, ossia durante il tempo della sua evoluzione, io gli abbia trasmesso senza i doverosi filtri le mie angosce del caso. E credo che lui abbia mangiato la foglia su cosa si consumasse là fuori e di conseguenza, senza ben capire dove fosse meglio stare, se dentro la mamma con i suoi umori bui o fuori di lei con ciò che glieli provocava, tergiversasse sul da farsi.
Dicevo lo hanno obbligato, certo, era in ritardo di suo e ha eclissato l’invito dei farmaci a seguire la via di fuga. Non è reticenza questa? Non fa pensare la sua oscura ostinazione alla resistenza passiva?
Ma ecco che il destino, travestito da professionisti in camice verde stava preparando un piano d’azione per smuovere le acque. Perché è sempre così: puoi prenderti un po’ di tempo per rimuginare su come sia meglio agire, ma non troppo, perché arriva inesorabile chi o cosa decide per te.
C’è voluto un taglio netto di cui non si sente il dolore, ma si riconosce il percorso esatto e la mano bianca di un chirurgo che si posasse sulla mia pancia per farlo nascere.
Quasi non ha pianto, anzi non ha pianto, non ha neppure sorriso come speravo in un attimo di follia. Ha parlato, ha detto “u…e”, senza strilli o cantilene, discreto. E io ho pianto, senza strilli o cantilene, discreta.
Gli ho chiesto scusa anche quando l’ho visto per la prima volta avvolto come un baco da seta in un telo bianco, in braccio ad una infermiera, io ancora con le mani del chirurgo dentro qualcosa che ormai era tutto tranne che il mio corpo.
L’ho potuto guardare un attimo, era lì inconsapevole, ma con tutto il suo destino addosso. Era venuto a salvarmi. Non si poteva più tirare indietro, una situazione che decisamente ci accomunava! Nessuno si poteva più tirare indietro.
Ero pronta, non lo ero? Non importava, dovevo esserlo per forza, glielo dovevo. Niente più esitazioni davanti alla vita che mi esplodeva in faccia, niente più richieste di perdono: solo un abbraccio infinito per accoglierlo e un amore esclusivo e inesauribile da offrirgli.
domenica 9 maggio 2010
Inconsapevolezza
mari
sabato 1 maggio 2010
Consapevolezza
lunedì 26 aprile 2010
Di natura steineriana
Lunga vita a Gandalf!
