mercoledì 26 maggio 2010

Oggi vorrei che queste mie parole fossero lette da centomila persone, non per delirio di onnipotenza, bensì perchè in questo modo, per la teoria dei sei gradi di separazione, aumenterei di gran lunga le possibilità di arrivare alla persona che velatamente citerò in questo post.

E suggerirle di cambiare mestiere.

Nel sacramentissimo e compassionevole istituto di suore dove si svolgono i fatti che vado a narrare, c'è una bambina di 11, 12 anni che fa un compito in classe di tecnica sbagliato.

La sua situazione famigliare non è semplice, e di ciò ne sono a conoscenza gli adulti dell'istituto, quindi le professoresse, la direttrice, probabilmente anche la cuoca.
Questo non vuol essere una giustificazione ad un compito in classe per il quale non si è arrivati prepararati, vuole solo dire che è una bambina che ha bisogno di essere seguita più degli altri.
Perchè a casa non lo è.

Arriva il giorno in cui la professoressa consegna i compiti e lascia quello della bambina 'Zeta' per ultimo. Arriva all'ultimo e inizia il suo personale teatrino di persona inconsapevole.

'Adesso leggiamo il compito di Zeta'. Zeta è presente in classe, di fronte a lei, seduta al suo banco.
'Sentite, sentite cosa scrive', dice sobillando beffarda i compagni di Zeta.
E ride. Incoraggiando i bambini a ridere del suo compito e di lei.

Compiaciuta del riscontro avuto dalla platea che non distingue essere costretta a ridere dal suo abuso di potere, consegna finalmente il compito ad una mortificata e disperata Zeta.

Mi dispiace che queste cose accadano ancora, qui, adesso, vicino a me.
Mi dispiace che una donna di quarant'anni suonati scarti con disprezzo la possibilità di essere una persona importante, di riferimento e guida per i bambini che ha avuto la fortuna di seguire.

Non posso fare nulla, non posso intervenire, dire, chiedere.

E allora aspetto un po', ma non tanto. Il tempo che i sei gradi di separazione facciano un breve, brevissimo conto alla rovescia, magari un po' aiutati...

Ma quel che è certo è che nulla rimarrà impunito. Figuriamoci un diseducatore che spadroneggia in una classe di 25 bambini di seconda media.

mari

lunedì 24 maggio 2010

I secondi

Mentre il primo-gemito è calmo e placido come il Piave, il secondo-gemito ha un animo da sperimentatore.
A causa di questa sua natura, è incurante dei divieti materni e paterni.

Un giorno, in una una escalation di inutili richiami all'ordine, spazientita dal suo menefreghismo, arrivo dove qualsiasi manuale base non di pedagogia, bensì di buon senso, consiglia di non arrivare:
'Cosa ne dici se ora ti arriva una sculacciata sul sedere?'.
'E tu cosa ne dici se ora divento Bapman?'.

...e vola via.

mari

martedì 18 maggio 2010

Noi non facciamo (le) femmine

In questa perla di posto a Ovest di Milano (non Sud-Ovest, come mi hanno fatto notare giustamente) dove abito, anche la più banale circostanza, come andare al parco con i propri figli piccoli, diventa un'esperienza più unica che rara.

Innanzitutto si può scegliere: i parco-giochi sono ben due.
Intendo quelli enormi, pieni di attrezzature per piccoli, meno piccoli, medi, grandini, altalene, fontane, pavimentazione antishock, insomma un capolavoro di lungimiranza della giunta comunale di qualche anno fa.

Quelli piccoli allietano praticamente ogni 200 mq di cittadina.

Quindi un giorno dici 'va beh, voglio stare un po' tranquilla' e scegli quello col pratone circondato da alberi, con una visuale perfetta dalla panchina sopra una piccola collinetta e i giochi al centro.
Un altro giorno ti senti pronta per il ponte tibetano e ti lanci nell'altro, quello tecnico.
E qui sì che il gioco si fa duro.

Ma non per la ripidità degli scivoli, bensì per la varia umanità da cui è abitato: mamme, più o meno 'neo', armate di tacco 12 e fasciate in jeans talmente stretti che-la-gregoraci-mi-fa-una-pippa.

La borsa non è un accessorio comodo, è la prova certa di essere arrivate (non al parco).
E da quella posizione, dominano. In piccoli, piccolissimi gruppi, chiocciano.

Io, sulla panchina da sola, toccata nel mio amor proprio, guardo i miei pantaloni alla zuava e le scarpe da tennis che non ho resistito a prenderle uguali al primo-gemito, e rimugino sulla mia femminilità.

'E ma a me son sempre piaciuti quegli sport lì, un po' da maschi, in vela e non lavarmi, in palestra per i muscoloni.
Certo che dovrei iniziare a cambiare...la spesa, per esempio, invece di cammellarmela sempre io, potrei ogni tanto dire 'amore, porti tu l'acqua su che per me è troppo pesante?', oppure infilare qualche volta un malessere alla Jane Austen, che fa davvero femmina...oppure un vestitino un po' carino ogni tanto, su daai'.

Con l'animo sobillato e progetti di rinnovamento inenarrabili per la testa, viro verso casa e arriva l'ora del bagnetto.
Verso la fine, con vasca vuota d'acqua, ma piena di figli che si spintonano incuranti delle allerte, il secondo-gemito sta per volarmi fuori.

Con risposta pronta e braccio fermo lo prendo al volo.
'Mamma, sei velamente folzuta'.

Ma chi voglio prendere in giro? La guepiere la mettiamo un'altra volta, va'...

mari

giovedì 13 maggio 2010

Piove


A me, sinceramente, non interessa più di tanto che piova.

Certo, vuoi mettere s-ciabattare sotto la canicola padana in infradito Accessorize e canottiera ai primi di Maggio, inaugurando con soddisfazione e grande anticipo la stagione dei bagni in piscina, delle pizze prese al volo mentre torniamo a casa (li porto in piscina da sola tutti e due, devo anche cucinare? E poi?), del colorito dorato che fa tanto randagi metropolitani, del cenare con la finestra aperta sul cielo chiaro e rosso del tramonto quasi estivo, privo di zanzare?

Invece mi tocca immergermi fino al polpaccio nel laghetto naturale in cui si è trasformato il parcheggio della materna del primo-gemito (ci ho visto guizzare una trota salmonata. 'La mia cena!', hanno giurato sentir esclamare dalla mia auto, nel tentativo di investirla).

Sì, ok, i capelli crespi, le patatine posse, il cielo grigio, ma ripeto, non sono motivo di umore pandant (al cielo).

Solo la Moratti gode come un riccio per questo diluvio, che le sta facendo impennare senza precedenti le statistiche dei giorni sotto la soglia di tolleranza da polveri sottili.
Anzi, io me la vedo proprio prima di andare a letto a darci dentro con la danza della pioggia sullo scendiletto di pelle di pecora, con tanto di cimiero piumato pellerossa.

Va beh, sono sulla via della margherita, il che significa che la mia volontà per un futuro sostenibile - il mio - è la stabilizzazione dell'umore.
E' portare la freccina del barometro-umore su sereno. Sempre. Va bene, spesso. Spessissimo.
E ci sto riuscendo.
E sono troppo fiera.

Ciò non significa che diminuiscano i casini, le preoccupazioni, gli impegni quotidiani, ma questo modello, che per scarsa considerazione delle mie capacità gestionali non posso pensare portato avanti da me, ma dagli amici alieni che mi pilotano tramite microchip, permette un nuovo approccio alle disgrazie quotidiane.

Faccio degli esempi pratici:

- non mi lamento. Così, in generale;
- non mi sento angosciata e sopraffatta dagli eventi;
- ai -11mila € (meno undicimila euro!) sul conto dell'asilo non reagisco più piangendo, non dormendo la notte, o pianificando fughe tattiche per far perdere le mie tracce ai creditori. No, esterno un cauto 'adesso vediamo, consideriamo, valutiamo';
- sono passata da 'non ce la posso fare' a 'ce la faccio';
- sono diventata paziente. Dico solo qualche parolina in macchina agli altri automobilisti quando commettono scorrettezze e non li inseguo più per tamponarli e dargli una lezione!

Lato nido

Il modello margherita incontra, ahimè, una certa resistenza alla propria completa realizzazione in ambito lavorativo. Il suo antagonista si chiama 'senso di colpa'.
Senso di colpa nei confronti di chi lavora più di me: la mia socia.

D'altra parte lei ha i figli grandi, può dedicare al nido più tempo, e poi io devo farmi 3/4 d'ora di macchina per andare ogni giorno, lei abita nello stesso posto. Il mio primo lavoro è quello di genitore, sono sola al mondo (...).

Niente da fare. Lui è lì, formato zainetto, che non mi molla, nonostante le attenuanti.

Facciamo così, prendiamoci le proprie responsabilità da persone adulte...ci penso quando smette di piovere!

martedì 11 maggio 2010

Elogio al primo-gemito

La sua docilità fa anche più male.

Febbraio 2006

Gli ho chiesto perdono infinite volte, mentre era ancora nella pancia: perdono per essere così scellerata da non proteggerlo da tutte quelle brutte emozioni da cui mi facevo aggredire, da quei magoni a cui mi arrendevo che lo scuotevano nella tranquillità del suo nido liquido, perdono per non essere ancora capace di evolvermi ad un livello di distacco tale, da renderlo almeno un po’ immune dai miei cattivi sentimenti in eterno conflitto con il passato, con il presente.

Dovevo essere una portaerei per accogliere il suo volo e invece mi sentivo un guscio di noce traballante sulle onde alla deriva.

Onde, non so se si possano definire onde quell’increspatura da brezza marina e calma piatta che cerchi di raggiungere, quando sei in vela, per avere un po’ di sollievo da un’afosa, torrida andatura di poppa, in un fulgente agosto.

Una deriva contenuta, dopotutto, ma già pericolosa per un leggerissimo guscio di noce che avrebbe voluto avere il carattere come lo scafo di una nave.

L’ho invocato alle stelle con intensità. Vieni a salvarmi dalle cose inutili. Vieni a distogliermi da questo noiosissimo e infruttuoso dialogo interiore. Voglio occuparmi solo di te. Lui mi ha ascoltato, ma io a quel punto non ero neppure in grado di racimolare un comitato di accoglienza che non fosse una misera e scompaginata accozzaglia di buone intenzioni.

Forse era per questo che non voleva nascere.

Reticente alla nascita.

Lo hanno obbligato. Nel senso, lui aveva risposto al mio richiamo notturno. Ma ho paura che nel frattempo, ossia durante il tempo della sua evoluzione, io gli abbia trasmesso senza i doverosi filtri le mie angosce del caso. E credo che lui abbia mangiato la foglia su cosa si consumasse là fuori e di conseguenza, senza ben capire dove fosse meglio stare, se dentro la mamma con i suoi umori bui o fuori di lei con ciò che glieli provocava, tergiversasse sul da farsi.

Dicevo lo hanno obbligato, certo, era in ritardo di suo e ha eclissato l’invito dei farmaci a seguire la via di fuga. Non è reticenza questa? Non fa pensare la sua oscura ostinazione alla resistenza passiva?

Ma ecco che il destino, travestito da professionisti in camice verde stava preparando un piano d’azione per smuovere le acque. Perché è sempre così: puoi prenderti un po’ di tempo per rimuginare su come sia meglio agire, ma non troppo, perché arriva inesorabile chi o cosa decide per te.

C’è voluto un taglio netto di cui non si sente il dolore, ma si riconosce il percorso esatto e la mano bianca di un chirurgo che si posasse sulla mia pancia per farlo nascere.

Quasi non ha pianto, anzi non ha pianto, non ha neppure sorriso come speravo in un attimo di follia. Ha parlato, ha detto “u…e”, senza strilli o cantilene, discreto. E io ho pianto, senza strilli o cantilene, discreta.

Gli ho chiesto scusa anche quando l’ho visto per la prima volta avvolto come un baco da seta in un telo bianco, in braccio ad una infermiera, io ancora con le mani del chirurgo dentro qualcosa che ormai era tutto tranne che il mio corpo.

L’ho potuto guardare un attimo, era lì inconsapevole, ma con tutto il suo destino addosso. Era venuto a salvarmi. Non si poteva più tirare indietro, una situazione che decisamente ci accomunava! Nessuno si poteva più tirare indietro.

Ero pronta, non lo ero? Non importava, dovevo esserlo per forza, glielo dovevo. Niente più esitazioni davanti alla vita che mi esplodeva in faccia, niente più richieste di perdono: solo un abbraccio infinito per accoglierlo e un amore esclusivo e inesauribile da offrirgli.

domenica 9 maggio 2010

Inconsapevolezza


Asilo nido un giorno a caso.

Guglielmo (Paolo, Marco, Bartolomeo...) vomita apparentemente senza nessuna ragione manifesta, una mezz'ora dopo essere entrato al nido.
'Cosa c'è? Non stai bene? Non preoccuparti, vieni qui, stai vicino a me, vediamo...'.

Guglielmo vomita di nuovo nel piatto mentre pranza. Non mi sembra molto in forma, piagnucola, è irritabile.
Guglielmo non ha ancora compiuto 3 anni.

Telefono per avvisare la mamma. Tra poco uscirà dal lavoro per la pausa pranzo, inutile farla arrivare a casa, per poi farla uscire di nuovo per venire al nido a prenderlo.

'Salve, devo avvisare la mamma di Guglielmo che il piccolo non sta bene'.
'Gliela passo'.
'...'.
'...'.
'Non riesco a passargliela, l'avviso io'.
'Va bene, grazie'.

Arriva trafelata.
'Guglielmo non sembra stare bene, oggi, ha vomitato due volte, ma è da questa mattina che non è il solito Guglielmo'.
'Ah...sono uscita di corsa, pensavo di trovarlo moribondo'.
'Non riuscivano a passare la telefonata, ho detto che Guglielmo non stava bene, se potevano avvisarla. Poteva chiamarci così non si sarebbe spaventata'.
'Ah...ok, senta, la prossima volta, però, chiamatemi dopo mezzogiorno, così non perdo l'ora, va bene? Sono corsa fuori, sono corsa...'.

Già, mala tempora currunt.

mari

sabato 1 maggio 2010

Consapevolezza


Oggi devo parlare del marito.
Non vuol dire andare fuori tema.
Oddio, qualche problema me lo faccio, per via della serie di sentimenti... diciamo forti che la situazione che andrò a narrare mi ha suscitato, di situazioni che non dovrei suggerire, di spunti che non dovrei dare, ma ho fiducia che anche dal peggio si possa trarre un decente insegnamento.

E poi le mie cicciottose educatrici si stanno comportando bene in questo periodo.
Il marito invece, rompe le balle, e così mi butto su di lui.

Dunque, succede che una mattina abbiamo una discussione su di una cosa qualsiasi e lui mi parla con un tono talmente arrogante e antipatico, al limite del maleducato, attenzione a questa: in presenza dei bambini!! che con costosissimo sforzo di contenimento e savoir-faire, smorzo il tutto per cercare di non dare un pessimo esempio di belligeranza famigliare alle creature.
Per giunta entrambi maschi.

Va bene, saluti e baci, ognuno incontro alla propria giornata.
In realtà, scaravento il grande alla materna senza i soliti convenevoli, che mi scappava la terra sotto i piedi dal nervoso, lasciandolo con una ciabatta sì e una no e mi precipito in macchina per chiamare la causa di tanto disagio!
A proposito di esempio.

'Senti, vedi di non legittimare toni tanto arroganti, soprattutto davanti ai bambini, che non mi sembra il caso'.
'Io tono arrogante?'.
Perdo la pazienza e non mi trattengo, perchè non si può negare l'evidenza in questo modo. Cabrao! Cuzao! Parvo! Foda-se! (Improperi che qui metto in portoghese per stemperarne la gravità).
Lui sosteneva di avere un tono normale, che ero io che a causa di un microchip installatomi una notte dagli alieni nei timpani, sentivo la sua voce in modalità arrogante.

Ora, non voglio fare la wonder woman de' no artri, ma io oggi ho abbassato il baricentro: ho una certa centratura, che mi consente di superare indenne tali punte di inconsapevolezza.
Sparo giusto qualche parolaccia per mantenere vivo il folclore.

Un paio di anni fa, invece, strizzata tra due bambini piccolissimi da accudire, un ispettore del lavoro che mi voleva rovinare (che potesse avere uno squaraus cronico da qui all'eternità) e tutte le insonnie causa preoccupazioni varie, dischi cervicali in uscita, madri in ospedale, cristi e madonne, all'ennesima ginocchiata notturna per cercare di farlo smettere di russare, lui mi risponde 'vai a dormire da un'altra parte'.
'Vacci tu', poteva sembrare una risposta sensata.
(Soprassediamo sulla sua proposta altruista e amorevole).
Dovete capire che erano i tempi della frustrazione, così scendo in sala e quello che mi concedo è scaraventare il telecomando contro la parete.
Gesto tutto sommato contenutissimo rispetto a quello che avrei voluto realmente fare e che sfilava nella mia mente nel seguente ordine:

OPZIONI DI OMICIDI E CATASTROFI

1) mettere i figli in macchina, cospargere la casa di benzina, accendere tramite mozzicone di sigaretta lanciato con aria sprezzante e scappare in pigiama ad Antigua;

2) spaccare tutto ciò che mi capitava a tiro (il 'suo' televisore per primo) con mazza da muratore e avvicinandomi con furia distruttiva al nemico, spaccare anche lui, riducendolo ad un trito per soffritto.
Difficile per gli inquirenti distinguere cosa bollisse in pentola: marito o bruscìtt?

3) Manomettere la presa che avrebbe usato per il rasoio elettrico.
Tragica fatalità. (Cazzi amari se fosse sopravvissuto all'elettroshock uscendone come Branduardi);

4) caffè di Sindona, la mattina dopo. Minimo sbattimento, efficacia garantita.

Da serial killer a turpiloquiante: il mio è un futuro luminoso!

Mari