sabato 5 giugno 2010

Goya

Scuola materna del primo-gemito.

Mi avvicino alla sua classe, è ora di uscire.

La mia attenzione è catturata, però, da un dipinto di Matisse, accanto al quale sono appesi fogli con riportati i commenti dei bambini, la cui curiosità in proposito era stata sapientemente sollecitata dalle brave maestre.

Si trattava del dipinto La danza.

Leggere i commenti è uno spasso.

Maestra: chi sono queste persone?

Bambini vari: uomini; no, guarda che sono femmine; sono arancioni...

Maestra: cosa fanno?

Bambini sparsi: giocano; fanno il girotondo; mannòò, sono in piscina! Guarda, questo sembra mio zio...

Punta sul vivo, non voglio essere da meno (?!) e il mio cervello elabora ben presto un piano per stare al passo con i tempi che corrono, in questo tempio di lungimiranza pedagogica!

‘Ma a Milano c’è Goya!’, esclamo con un balzo alla Vicky il Vichingo.

‘Bambini, sabato mattina tutti alla mostra di Goya’. E mi sento già più arricchita culturalmente, più sensibile, di più aperte vedute, insomma, più avanti.

Arriva il giorno.

Davanti alle tele del pittore aragonese mi prodigo in tentativi al pari delle capaci maestre.

‘Guarda che bel ritratto, tesoro, guarda che colori, che sguardi’.

E ancora: ‘E qui, guarda questa signora, cos’ha in testa, e lì? E così via per ritratti, autoritratti, incisioni e varie.

Ben presto una voce innocente si alza dal passeggino:

‘Mamma, non mi piace 'sto BOIA, andiamo da Meddonaldz?’.

Sarà colpa della globalizzazione??!

mari


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